Arsenico fotografa corpi come fossero quadri

Nelle fotografie di Luca Cacciapuoti, in arte Arsenyco, il corpo raramente serve soltanto a mostrare una persona. Viene piegato, nascosto, illuminato, messo in scena. Diventa il punto in cui malinconia, desiderio, violenza e fragilità possono esistere contemporaneamente. I suoi soggetti non sembrano semplicemente fotografati: sembrano messi nella condizione di interpretare qualcosa. Cacciapuoti nasce a Napoli…

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Nelle fotografie di Luca Cacciapuoti, in arte Arsenyco, il corpo raramente serve soltanto a mostrare una persona. Viene piegato, nascosto, illuminato, messo in scena. Diventa il punto in cui malinconia, desiderio, violenza e fragilità possono esistere contemporaneamente. I suoi soggetti non sembrano semplicemente fotografati: sembrano messi nella condizione di interpretare qualcosa.

Cacciapuoti nasce a Napoli nel 1993 e cresce a Pozzuoli. Prima che la fotografia diventi il suo principale mezzo espressivo, passa anni nella danza, negli studi e nelle performance su diversi palcoscenici. Comincia a fotografare poco dopo i diciotto anni, proprio mentre inizia ad allontanarsi progressivamente dalla danza. Quel passaggio, però, non cancella ciò che viene prima: il corpo, la costruzione della scena e la teatralità rimangono centrali nel suo linguaggio.

Non è quindi casuale che molte delle sue fotografie siano state avvicinate alla tradizione dei tableaux vivants: corpi disposti all’interno di una scena fino a trasformare la fotografia in qualcosa che assomiglia a un quadro vivente. Nei suoi lavori la rappresentazione del corpo lascia spazio alla sua vera e propria messa in scena.

Ed è qui che il parallelismo con Caravaggio diventa interessante.

Non perché Arsenyco cerchi di ricrearne i dipinti, ma perché utilizza un meccanismo simile: lascia che sia la luce a decidere cosa dobbiamo guardare.

l buio inghiotte parte dell’immagine. La pelle emerge. Un volto, una mano o un gesto apparentemente insignificante acquistano improvvisamente il peso di una scena teatrale. Nel progetto Unconventional Verdi, la sua ricerca viene descritta esplicitamente attraverso la «luce spirituale di Caravaggio», insieme a riferimenti al Romanticismo, al cinema e al teatro. Cacciapuoti stesso, parlando del progetto, ha spiegato che il suo modo di fotografare proviene dal mondo teatrale, citando tra i propri riferimenti Pina Bausch, Paolo Sorrentino, Lars von Trier e Michelangelo Antonioni.

Ma Arsenyco porta quel linguaggio altrove.

Al posto di santi, martiri e scene bibliche ci sono corpi contemporanei, desideri, contraddizioni, insicurezze e pensieri difficili da trasformare in parole. La sua fotografia è stata descritta come un linguaggio in equilibrio tra malinconia e trasgressione, capace di utilizzare metafore e messe in scena per indagare ciò che normalmente rimane nascosto.

Nella ricerca di Arsenyco fotografia e scrittura convivono. Il testo non funziona semplicemente come didascalia: interviene sull’immagine, ne altera la lettura e può mettere in dubbio ciò che sembrava evidente al primo sguardo. È un elemento ricorrente del suo lavoro, documentato fin dalle sue serie precedenti: parole e fotografie si incontrano per trasformare piccoli gesti in metafore di fragilità, paure e insicurezze. 

Forse è proprio qui che il riferimento a Caravaggio smette di essere soltanto estetico. La luce non serve semplicemente a rendere bella una scena. Serve a far emergere qualcosa che normalmente preferiremmo lasciare nell’ombra.

Quattro secoli dopo Caravaggio, il meccanismo funziona ancora.

Cambiano i corpi. Cambiano i peccati. Non cambia il bisogno di portarli alla luce.

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