Questa è la Sicilia, anche se non sembra.

Una bambina con un cappello da cowboy. Una drag queen accanto a due agenti della Polizia Locale. Cheerleader con pompon rosa circondate da bersaglieri. Due ragazzi si baciano mentre, alle loro spalle, qualcuno si lancia in acqua. Sono immagini scattate a Catania. Ed è forse proprio partire dalla città, invece che provare a trasformarla immediatamente…

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Una bambina con un cappello da cowboy. Una drag queen accanto a due agenti della Polizia Locale. Cheerleader con pompon rosa circondate da bersaglieri. Due ragazzi si baciano mentre, alle loro spalle, qualcuno si lancia in acqua.

Sono immagini scattate a Catania.

Ed è forse proprio partire dalla città, invece che provare a trasformarla immediatamente nel ritratto di un’intera regione, che permette di capire meglio le fotografie di Giordano Cascone.

Catania è una metropoli mediterranea attraversata continuamente da linguaggi diversi: feste religiose e Pride, divise istituzionali e cultura pop, adolescenti, turisti, militari, performer, famiglie, sottoculture e rituali collettivi occupano spesso le stesse strade.

Cascone fotografa questo spazio senza cercare necessariamente ciò che dovrebbe essere “tipicamente siciliano”.

Niente carretti messi nell’inquadratura per ricordarci dove siamo. Niente tramonti costruiti come cartoline. Niente bisogno di trasformare ogni vicolo in una dichiarazione sull’identità dell’isola.

Al centro ci sono soprattutto le persone e il modo in cui attraversano la città.

Una majorette passa davanti a una fanfara di bersaglieri. Una bambina indossa un cappello da cowboy. Durante il Pride, drag queen, agenti della Polizia Locale, famiglie e ragazzi condividono naturalmente lo stesso spazio urbano.

Non sono necessariamente immagini assurde o contraddizioni da scoprire.

Molte di queste presenze hanno un contesto preciso, e proprio quel contesto è importante.

Ciò che interessa nelle fotografie di Cascone è piuttosto la capacità di isolare, dentro situazioni reali e spesso molto affollate, quei pochi secondi in cui elementi diversi finiscono per costruire involontariamente una scena.

Non perché non dovrebbero stare insieme, ma perché normalmente non siamo abituati a guardarli tutti nello stesso momento.

La fotografia interviene lì.

Un gesto, una distanza tra due persone, un’uniforme, un costume o un colore diventano improvvisamente parte della stessa composizione.

Catania emerge così non come una città privata della propria identità, ma esattamente attraverso la quantità di identità che riesce a contenere contemporaneamente.

Una città del Sud che non coincide con l’immaginario folkloristico attraverso cui la Sicilia viene spesso rappresentata, ma nemmeno con il suo contrario.

È urbana, popolare, religiosa, queer, istituzionale, mediterranea, globale e provinciale nello stesso momento.

Ed è forse qui che il suo lavoro diventa più interessante: non quando prova a dirci cos’è Catania, ma quando mostra quanto sia difficile ridurre una città a una sola immagine.

Perché una città non è mai una fotografia. Sono centinaia di immagini sovrapposte che, ogni giorno, finiscono nello stesso posto.

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