Un volto ti guarda. Poi ti accorgi che gli occhi si moltiplicano, il sorriso ritorna più in basso e i lineamenti scivolano fuori posto.

Nei collage di Juan Romero, riconoscere qualcuno è solo l’inizio: subito dopo arriva il piacere di perdersi nell’immagine.
L’artista si muove tra grafica, arti visive e suono, con una sensibilità cresciuta tra cinema queer, horror di cattivo gusto e musica post-punk. Da John Waters ai Joy Division, il suo immaginario si nutre di eccessi, personaggi fuori misura e imperfezioni.
I suoi “benevolent monsters” nascono spesso da una sola immagine. Romero segue il dettaglio che lo affascina o lo mette a disagio: denti distanziati, occhi asimmetrici, una smorfia congelata. Particolari che considera tesori, capaci di rendere un volto umano e unico. Li taglia, li sposta, li ripete fino all’ossessione, trasformandoli in una pulsazione visiva.


Il processo resta aperto: prova, sovrappone, toglie, lascia che i frammenti suggeriscano dove andare. È lo stesso istinto con cui affronta la musica, accostando porzioni di brani e suoni. Errori, texture e scarti diventano parte della composizione.

Ne emergono creature ibride, sospese tra inquietudine e umorismo. Lo sguardo prova a ricomporle, poi si lascia prendere dal ritmo. La stranezza diventa familiare. Questi mostri custodiscono una cultura e un immaginario a cui Romero è affezionato: attraverso di loro, ciò che disturba può diventare prezioso, il grottesco può trovare una sua poesia.


I mostri di Romero hanno parecchi occhi. E sanno come tenerti incollato.
