Presenza Assenza e Percezione

C’è una cosa che facciamo continuamente quando guardiamo una fotografia: cerchiamo di riconoscere qualcosa. Un volto, un corpo, una figura familiare. Anche quando ciò che abbiamo davanti non è abbastanza chiaro per essere identificato. Come se il nostro cervello non riuscisse ad accettare l’idea di lasciare un’immagine incompleta. È proprio su questa necessità di dare…

SUPEROTTO
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C’è una cosa che facciamo continuamente quando guardiamo una fotografia: cerchiamo di riconoscere qualcosa. Un volto, un corpo, una figura familiare. Anche quando ciò che abbiamo davanti non è abbastanza chiaro per essere identificato. Come se il nostro cervello non riuscisse ad accettare l’idea di lasciare un’immagine incompleta.

È proprio su questa necessità di dare un senso a ciò che vediamo che si sviluppa la ricerca fotografica di Marika Grimaldi.

Il progetto nasce dall’incontro di fotografie scattate in momenti diversi, accomunate da una caratteristica: qualcosa sembra sempre sfuggire allo sguardo. Un volto nascosto, una sagoma, un riflesso o semplicemente una forma che ci sembra di riconoscere. Immagini apparentemente indipendenti che, osservate insieme, sembrano suggerire le diverse manifestazioni di una stessa presenza.

La ricerca richiama il concetto di pareidolia, quel fenomeno percettivo che ci porta a individuare figure familiari, soprattutto volti, anche dove non esistono realmente. Il nostro cervello cerca continuamente schemi riconoscibili, arrivando talvolta a individuare qualcosa che non c’è. Un meccanismo studiato anche dalle neuroscienze, che dimostrano come il riconoscimento di volti illusori possa coinvolgere le aree cerebrali dedicate alla percezione dei volti reali. 

Ma nelle fotografie di Marika Grimaldi questa ambiguità diventa qualcosa di più.

C’è un altro concetto interessante, quello della chiusura percettiva, uno dei principi della psicologia della Gestalt. La nostra mente tende a completare le figure incomplete, ricostruendo mentalmente le parti mancanti. Non ci limitiamo a osservare ciò che abbiamo davanti: cerchiamo di renderlo comprensibile. 

Ed è proprio questo il meccanismo che le immagini di Grimaldi sembrano mettere in discussione. Il soggetto non scompare mai del tutto, ma cambia continuamente forma. Quello che inizialmente riconosciamo come un corpo può diventare un’ombra, una macchia, un elemento naturale o una presenza che esiste soltanto nella nostra interpretazione.

Non esiste una narrazione lineare, né un’identità da ricostruire. Le fotografie non offrono indizi per arrivare a una soluzione. Al contrario, sembrano moltiplicare le possibilità di lettura.

E forse è proprio questo l’aspetto più interessante: due persone possono osservare la stessa fotografia e riconoscervi cose completamente diverse.

Il confine tra ciò che l’immagine mostra e ciò che immaginiamo di vedere diventa sempre più incerto. A quel punto, la fotografia smette di essere soltanto qualcosa da osservare e diventa uno spazio in cui proiettiamo la nostra esperienza, i nostri ricordi e le nostre aspettative.

Perché a volte non è quello che vediamo a costruire un’immagine, ma tutto quello che manca.