Una banana diventa un sandalo, una ciambella completa un cappellino, una treccia incontra il corpo di uno scorpione. Nel quotidiano di @dudibensimon, le cose mantengono il loro aspetto, ma cambiano mestiere. Basta una somiglianza inattesa perché un oggetto comune smetta, per un momento, di fare ciò per cui è stato progettato e cominci a suggerire qualcos’altro.

Attraverso fotografie, oggetti reali e tecniche miste, Dudi Ben Simon costruisce incontri tra elementi lontani. Una curva, un colore o una proporzione bastano a creare un legame: il bordo della fotografia diventa il punto in cui due realtà si uniscono e comincia una storia. Ciò che è stampato prosegue nello spazio, mentre l’oggetto appoggiato accanto all’immagine sembra entrarvi, assumendo un ruolo nuovo.
È proprio lungo questo confine che si concentra il gioco. L’occhio riconosce i singoli elementi, ma li legge anche come un insieme: vede una banana e, nello stesso istante, un sandalo. Le due interpretazioni convivono. Il piacere dell’immagine nasce dal passaggio continuo tra ciò che sappiamo dell’oggetto e ciò che la composizione ci invita a immaginare.
Il suo lavoro si avvicina alla logica del readymade: gli oggetti vengono sottratti al contesto originale e acquistano significati diversi. Restano riconoscibili, conservano la propria forma e la propria consistenza, ma prendono parte a personaggi improbabili e scenari surreali, sospesi tra ironia e straniamento. Il cambiamento avviene soprattutto nella relazione tra le cose. Accostato a un’immagine, un dettaglio ordinario può diventare una parte del corpo, un accessorio o il frammento di una piccola scena.

A rendere convincenti questi incontri è la precisione. Una continuità di linee, una dimensione ben calibrata o un’inclinazione particolare permettono a elementi diversi di apparire, per un istante, fatti l’uno per l’altro. L’incastro sembra naturale anche quando la situazione è impossibile. Poi lo sguardo torna a distinguere le parti e scopre il meccanismo, senza che il gioco perda forza.
A guidarlo è il minimalismo. Ogni composizione contiene soltanto ciò che serve a raccontare l’idea, senza elementi superflui. Lo spazio intorno lascia respirare l’accostamento e porta l’attenzione sul punto decisivo: la curva che continua, la superficie che si sovrappone, il dettaglio che cambia funzione. Il gioco arriva allo sguardo in un istante, anche quando per costruirlo occorre tempo.


Questa essenzialità lascia spazio anche a chi guarda. Le immagini suggeriscono una situazione senza spiegarla fino in fondo; il resto lo completano le nostre abitudini visive, i ricordi e le associazioni. Un oggetto familiare offre un punto di partenza immediato, mentre il suo nuovo ruolo introduce una piccola sorpresa. L’ironia nasce da questo scarto, dalla distanza tra l’uso consueto e quello immaginato.
Il processo comincia da un oggetto o da una fotografia che attira la sua attenzione. Ben Simon li tiene davanti a sé, tornando a osservarli finché l’intuizione prende forma. È un esercizio di attenzione in cui contano tanto la curiosità quanto la disponibilità ad aspettare. Una forma può restare a lungo senza una destinazione, finché un’altra immagine o un altro oggetto non suggeriscono il collegamento.
Alla libertà dell’intuizione segue una selezione rigorosa. Se il risultato non lo convince, lo scarta, indipendentemente dal lavoro investito. La semplicità finale richiede quindi tentativi, aggiustamenti e rinunce. Perché la composizione funzioni, il rapporto tra le parti deve risultare leggibile: chi guarda deve poter cogliere l’incontro senza aver bisogno di una spiegazione.


Autodidatta, cura fotografia e styling e trova ispirazione nelle cose che lo circondano. Le sue immagini diventano così un diario visivo fatto di dettagli familiari e possibilità inattese. Gli oggetti quotidiani forniscono un repertorio di forme sempre disponibile: qualcosa da osservare, spostare, ruotare e mettere in relazione con ciò che gli sta accanto.
Il suo lavoro invita a portare questa attenzione anche fuori dall’immagine. Dopo aver incontrato uno dei suoi incastri, viene spontaneo soffermarsi sui profili delle cose, sulle somiglianze e sulle coincidenze. Il manico di una tazza, una piega della carta o il bordo di un alimento possono suggerire l’inizio di una figura. Il quotidiano diventa un luogo da esplorare con più curiosità.
Il prossimo incastro potrebbe essere sul tavolo, tra una tazza e una rivista. Potrebbe dipendere da pochi centimetri, da una rotazione o da un punto di vista diverso. Basta fermarsi a guardare.
